ELOGIO DELLE ASSEMBLEE
ELETTIVE LOCALI
di Ario Rupeni
Uno
stretto cordone ombelicale
Il
giro di boa del 93
Restringimento
dei gruppi dirigenti
Quali
compiti residuano ai partiti locali
Quali
prerogative per lopposizione
Un
mutamento socioculturale
La
platea degli interessi della comunità
I
margini possibili di dialettica democratica
Uno stretto cordone ombelicale
Dalla introduzione della
elezione diretta dei sindaci, le assemblee elettive locali vivono una condizione di crisi
che ne incrina e, in qualche modo, ne mette in discussione identità, funzioni e ruolo
istituzionale.
I consigli dei comuni e
delle province - ai quali la legge del 1993 ha sottratto il compito principale di
esprimere gli esecutivi - sono entrati in una fase che ne ha reso opaca la stessa
rappresentatività politica. Uno stretto cordone ombelicale li congiunge ormai alla
elezione del sindaco, del quale seguono la sorte sia nella formazione della sua
maggioranza di sostegno, sia in quella della opposizione, sia, infine, nella ipotesi di
dissoluzione politica che conduce allo scioglimento anticipato. Alla severità dei
meccanismi istituzionali - quelli appena accennati sono soltanto i più evidenti - si
accompagna, nell'immaginario delle comunità locali, una sensibile riduzione di
significato e di esponenzialità dei consigli locali, con simmetrico spostamento e
polarizzazione di peso e di rappresentatività a favore del sindaco (o del presidente
della provincia).
Se questi sono gli
effetti, per così dire, più evidenti del mutamento introdotto nei meccanismi elettorali
dalla legge 81 del 93, essi in realtà svelano una esperienza così ricca di
implicazioni politiche, socio-culturali e istituzionali che meritano di essere portati al
centro di una specifica analisi, seria e puntuale. Al duplice scopo, di coglierne le
stringenti connessioni con questioni sistemiche più generali (si pensi alla crisi del
parlamentarismo e alle spinte verso forme accentuate di presidenzialismo) e di vagliare la
opportunità e la fattibilità di correttivi e, comunque, di proposte che permettano un
giusto equilibrio delle funzioni e delle responsabilità tra gli organi esecutivi e gli
organi assembleari degli enti locali.
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Il giro di boa del 93
Senza cedere a
suggestioni teoriche e politologiche - il primo richiamo ci riporterebbe alla teoria del
primato delle assemblee elettive di Pietro Ingrao -, che la questione pure propone,
conviene sottoporre ad esame, con focale più precisa anche se circoscritta, i nodi più
cospicui che il giro di boa del '93 ha messo in luce nella esperienza dei governi locali.
Consideriamo anzitutto le
implicazioni che discendono sulla funzione dei partiti politici e, più in particolare,
sulla formazione e sulla selezione della classe dirigente, sulla elaborazione e attuazione
dei programmi, sulla mediazione e sintesi politica, sulla promozione della partecipazione
popolare. Prescindendo, in questa sede, dall'esame dei riflessi sulla loro organizzazione,
sulle regole interne, sui rapporti tra livelli locali, regionali e nazionali (ed europei).
Aspetti, quest'ultimi, che peraltro rifrangono temi di cospicuo interesse per la
sociologia e la storiografia politica. Lo spostamento dell'asse istituzionale ed
elettorale sulla leadership della coalizione - ben oltre quella del singolo partito - ha
sensibilmente affievolito e appannato, nelle logiche e nel dibattito interni, l'importanza
vuoi dei compiti di elaborazione della linea politica (non tanto di quella generale,
bensì di quella legata alle relazioni di coalizione con altri partiti), vuoi di
formazione del gruppo dirigente. E chiaro che gli effetti dei nuovi meccanismi
elettorali sulla struttura e sui comportamenti dei partiti locali variano sensibilmente in
ragione dei diversi modelli di partito che ne vengono investiti. Lanalisi, da questo
punto di vista dovrebbe allargarsi e scendere in profondità, a seconda che si tratti di
partiti incardinati su moduli organizzativi di tipo aziendalista, come quello di FI,
ovvero discendenti dal centralismo democratico, come i DS, ovvero tesi alla ricerca di
tipologie relazionali aperte e flessibili di progressivo e differenziato coinvolgimento
(in mix con storie organizzative pregresse), come la Margherita. I riflessi,
generati dalla verticalizzazione dei rapporti tra base elettorale e amministrazione
locale, sullassetto e sulle condotte dei partiti locali possono essere stati perciò
molto diversi, anche se non si può trascurare che il punto di svolta della legge 81 ha
temporalmente coinciso con limplosione radicale della crisi del modello partitico
tradizionale, nei termini con cui si era costruito nellesperienza politica
postfascista. Peraltro, la stessa scelta della elezione diretta del sindaco è stato un
tentativo di risposta "politica" dei partiti nazionali (e del Parlamento) alle
crescenti difficoltà delle politiche locali di stabilire livelli accettabili di
comunicazione e rappresentanza con le comunità di riferimento. Ciò significa che
lindagine sulle relazioni di causa/effetto tra la legge 81 e la modulazione
finalistica e organizzativa dei partiti va condotta tenendo conto della sostanziale
contestualità e bilateralità dei rispettivi processi di evoluzione e concretizzazione.
Non a caso, Fi e Margherita ma non solo essi sono soggetti politici che,
nella loro dimensione territoriale, stanno mettendo in registro la loro identità su
misura dei meccanismi elettivi e di gestione del potere istituzionale locale. Con esiti di
risposta di segno molto diverso a seconda delle esigenze e degli input imposti
dalle sedi centrali: di tipo "proconsolare", in alcuni casi, di tipo
partecipativo, "spontaneistico" e federale, in altri.
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Restringimento dei gruppi dirigenti
Su questo duplice asse,
si è comunque venuto affermando un mutamento profondo del modulo di crescita e di
progressione del ceto politico nei partiti locali, che è passato da meccanismi prevalenti
di coinvolgimento degli iscritti/militanti (ancorché spesso organizzati per tessere e
orientati per correnti), a tendenze di tipo oligarchico; si è perciò transitati, in
qualche modo, da un modello di selezione condizionato dalla "base" ad uno di
restringimento "dall'alto" dei gruppi dirigenti preesistenti. In ogni caso,
sempre condizionati dalla logica della cooptazione negli esecutivi locali, sedi di forte
catalizzazione della immagine della politica, che, anche per questa via, tende ad
identificarsi con il potere tout court. Tali processi di trasmutazione del ruolo
del partito che costituisce invero uno temi centrali di riflessione e progettazione
per realtà politiche in sensibile divenire, come la Margherita - ha coinciso, appunto,
con il superamento del precedente impianto ideologico e politico dei partiti
"storici", consegnandoli ad una condizione di deriva organizzativa, quasi di
cancellazione della loro "memoria organizzativa", dove le regole hanno
consumato, in larga misura, il senso e il consenso, che le avevano accreditate e rese
condivisibili e condivise.
Che cosa rimane perciò
ai partiti dei compiti di mediazione e di selezione dei gruppi dirigenti? Resta qualcosa
di molto diverso sotto il profilo qualitativo e quello quantitativo.
In primo luogo, nella
scelta della leadership (del candidato sindaco o presidente) della coalizione. Pure in
presenza di margini significativi di competizione tra i partiti o dentro ai partiti - e
senza considerare le molte esperienze di candidature espresse dalla "società
civile", prestate alla politica o meglio alle istituzioni -, un notevole peso assume
la convinzione, intuitiva e diffusamente accettata, di dover individuare un candidato che
sia in grado di acquisire sulla sua persona il più alto numero di preferenze politiche.
Anche il ricorso alla formula delle "primarie" svela in definitiva l'opzione di
(auto)espungere dai partiti il principale e più delicato compito politico di selezione
del vertice della classe dirigente; quel vertice che, nel caso di successo della
coalizione, diventa il primo (anche se non l'unico) attore del successivo complesso
meccanismo delle cooptazioni. Come annota, invero un po' schematicamente, Ilvo Diamanti,
in questa "occupazione" del potere nelle istituzioni, i partiti diventano più
forti; più deboli, invece, nella loro incapacità di comporre unitariamente l'assetto
politico della coalizione.
Si tenga conto che, nel
caso di insuccesso, il candidato sindaco o presidente assume, in genere, la
responsabilità di guida dell'opposizione.
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Quali compiti residuano ai partiti locali
Ai partiti rimane perciò
il compito di formare le liste (o la lista di coalizione) dei candidati al consiglio
comunale o provinciale, i quali, a loro volta, conducono la competizione attraverso la
ricerca della preferenza unica, stabilendo una relazione di dialogo e di consenso con
l'opinione pubblica locale. Certamente su una scala di comunicazione e di efficacia
rappresentativa molto al di sotto di quella del candidato sindaco, il quale è chiamato a
volgere la popolarità in consenso, durante la successiva fase della direzione politico
amministrativa.
Ma è, proprio nella zona
in cui si svolge (e, in qualche maniera, si esaurisce) lo spazio politico dei partiti - la
scelta della leadership e la composizione della lista, mentre la redazione del programma
appare una funzione politica che tende a degradare sul piano meramente culturale o tecnico
-, che nasce la questione centrale imposta dalla elezione diretta: il ruolo di fatto
(prima ancora che di diritto) esercitato dai consigli locali. Su questi, infatti, si
intersecano e si riverberano i principali problemi cruciali della democrazia locale e,
perciò, della rappresentanza e della partecipazione popolare, ma anche dei caratteri,
della formazione e dell'efficacia della classe dirigente.
Quali poteri, quali
responsabilità residuano alle assemblee elettive dei comuni e delle province? Tenendo
presente che, dopo l'elezione popolare diretta dei sindaci e dei presidenti, ad essi sono
stati attribuiti poteri amplissimi, legati anche formalmente agli indirizzi di governo
(contenuti programmatici) ed espansi alla generalità delle decisioni delle deliberazioni
amministrative, comprese quelle delle giunte e degli assessori, peraltro prescelti dal
vertice in qualità di "collaboratori", esposti anche alla revoca (e quindi in
di fatto ad una sorta di continua conferma); fatta eccezione per le determinazioni dei
dirigenti burocratici (anch'essi sottoposti alla designazione, valutazione, conferma o
rimozione). Anche il potere regolamentare della organizzazione degli uffici e del
personale è transitato, in base alla legge Bassanini 2 del 1997, alle giunte locali,
mentre ai sindaci e presidenti spetta in presa diretta la potestà esclusiva di nomina e
di designazione dei rappresentanti dell'ente locale negli enti e aziende dipendenti e
nelle società partecipate. All'assemblea elettiva spetta il potere di indirizzo e
controllo politico-amministrativo e compiti riservati come lo statuto, i regolamenti,
l'approvazione dei piani territoriali-urbanistici, economici, di settore, oltre ai bilanci
preventivi e ai consuntivi.
In sintesi, ai consigli
compete quindi l'esercizio di un relativo (e prevalentemente formale) potere di indirizzo
programmatico, posto che il candidato sindaco deve congiungere alla sua candidatura
allelettorato un documento di intenti programmatici. Allassemblea spetta anche
un (non meglio precisato) potere di sindacato, di controllo e di indagine. Né si
dimentichi che le ragioni della stabilità di governo fanno sì che la composizione
maggioritaria dei consigli locali determini un ampio potere di interdizione, di fatto, nei
confronti di molte funzioni consiliari di controllo.
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Quali prerogative per lopposizione
I timidi tentativi
legislativi di potenziare e rendere concrete le prerogative della minoranza, per funzioni
di garanzia e di controllo, nel 1999 con la legge Vigneri, sono apparsi di non agevole
applicazione. Anche in quella circostanza, sono prevalse le preoccupazioni di assicurare
un percorso di governo locale non solo stabile, ma anche non appesantito da possibili
intralci, derivanti da una estensibile attività di controllo consiliare.
Si aggiunga che, con la
cessazione dei controlli preventivi sugli atti, mediante l'abrogazione dell'articolo 130
della Costituzione, anche la facoltà della minoranza di rinviare alcune deliberazioni
all'esame di legittimità dei comitati regionali ha comportato una ulteriore compressione
dei margini di iniziativa dell'opposizione e quindi della stessa funzione di controllo
interno dei consigli locali. La individuazione di forme efficaci di controllo consiliare
peraltro si pone, oggi dopo labrogazione di quello esterno, con assoluta urgenza e
necessità.
Se questo è il quadro di
sensibile riduzione dei vecchi poteri delle assemblee comunali e provinciali, sarebbe, pur
tuttavia, affrettato dedurne un giudizio di dissoluzione del significato e del profilo
politico-istituzionale dei consigli, i quali comunque mantengono il compito
"democratico" di dare risonanza, evidenza e trasparenza alle scelte
amministrative dell'ente locale lungo tutto il mandato amministrativo; offrendo nel
contempo il modo all'opposizione non solo di dare eco al proprio dissenso ma anche di
proporre soluzioni alternative e di colmare carenze di indirizzi di programma su questioni
che possono essere rilevanti per la comunità locale.
Le potenzialità di
iniziativa delle opposizioni, ma non meno, delle assemblee sono perciò cospicue: la
possibilità di avanzare proposte di modifiche dello statuto e dei regolamenti, di
deliberazioni di indirizzo e di programma, di istituzione di commissioni di garanzia, di
indagine e di controllo, di presentare interpellanze (recanti proposte di azioni
amministrative, anche specifiche), interrogazioni, mozioni, di chiedere la convocazione
del consiglio e della conferenza dei capigruppo, di operare con sollecitazioni e proposte
nelle commissioni consiliari permanenti, comunque di tenere vivace e aperto il dibattito
assembleare. Sono tutte opportunità che vengono garantite da principi legislativi che
possono essere implementate ed arricchite dallo statuto e dal regolamento di funzionamento
del consiglio. L'autonomia funzionale e organizzativa dei consigli, non disgiuntamente
dalla possibilità, nei comuni maggiori e nelle province, di procedere all'elezione del
presidente e di dare vita a gruppi consiliari (relativamente attrezzati) dischiudono
ulteriori ambiti di vitalità politica e amministrativa alle assemblee.
Per l'opposizione, si
aggiunga la funzione basilare di alimentare nell'opinione pubblica locale, le ragioni
dell'alternativa di governo al termine - talvolta ancor prima - del mandato
amministrativo.
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Un mutamento socioculturale
Tuttavia, a fronte di
tali opportunità - da non considerare soltanto nominali -occorre tenere presente che, con
il cambiamento di sistema prodotto al 1993, si e generato un mutamento di ordine
socioculturale all'interno delle assemblee elettive locali e ancor più nelle convinzioni
e nella percezione dell'opinione pubblica locale, dove si è venuta affermando l'idea di
una sostanziale marginalità - talvolta, persino di superfluità e di mera ritualità -
del ruolo dei consigli locali. Il punto di rottura "ideologico" è stato segnato
dalla netta separazione ed estromissione dei consigli da ogni potere amministrativo
esecutivo, che ne ha generato una caduta di senso del ruolo politico dell'assemblea, dei
gruppi politici e dei suoi componenti nei riflessi più immediati sulla comunità e sul
gioco dei suoi interessi. E prevalsa così l'immagine e il concetto di una politica
locale espulsa dallaula consiliare, tutta quasi tutta imperniata sugli esecutivi e
soprattutto nelle mani dei primi cittadini.
Tralasciando qui gli
aspetti, invero non trascurabili, di ordine psico-sociologico di possibile frustrazione e
demotivazione dei consiglieri, si è consolidata, nella vita politica locale, la
convinzione che ormai si sia determinata una piena coincidenza/sovrapposizione tra
politica ed esercizio del potere, con conseguente riduzione oggettiva della dialettica
democratica e quindi della funzione di alternativa spettante alla stessa opposizione. Di
converso, il ruolo dei gruppi di maggioranza è esposto al rischio di una compressione
della loro rappresentatività, sospinti comunque ad esercitare responsabilità di tenuta
dell'esecutivo, con possibile restringimento dei margini della loro iniziativa e proposta.
E chiaro che, se,
da un lato, si manifestano tali tendenze ad abbassare la soglia del confronto e della
mediazione politica, all'interno delle assemblee elettive e simmetricamente dei partiti
politici, dall'altro, restano scoperti tutti i nodi tipici propri della Politica; laddove
gli interessi sociali e civili della comunità locale chiedono momenti di composizione e
di soddisfacimento. La verticalizzazione dei momenti di mediazione, produce non solo la
condizione di marginalità dei partiti ma anche, in genere, della politica, assicurando
sì un contenimento della frammentazione, ma che non sempre però viene compensato da un
adeguato contemperamento dei bisogni e delle tensioni.
Il decisionismo - o il
microdecisionismo - presenta il frutto di risultati immediati e spesso tempestivi;
nondimeno può celare talvolta propensioni, interessi e tensioni sociali e civili, che
rimangono inespresse, non essendo ricondotte al vaglio e al filtro di compiute mediazioni
politiche.
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La platea degli interessi della comunità
Il soggetto politico, il
partito mutua dal gruppo consiliare la difficoltà di rispondere con capacità e
incidenza, nella platea degli interessi della comunità, scontando una posizione marginale
che scaturisce non tanto dai meccanismi del sistema verticalizzato, ma anche,
frequentemente, da proprie insufficienze culturali e da fragilità organizzative. Inadatto
quindi a coprire gli spazi della politica e della cultura politica, che l'impianto
monocratico del potere di per sé non sempre è in grado di esaurire.
Se il panorama, che si è
venuto così dispiegando negli assetti rappresentativi e istituzionali delle città, dei
paesi delle province, presenta linee di tendenza, conseguenze e propensioni del tipo di
quelle qui accennate, vè da chiedersi, da un lato, quali ulteriori approdi possa
conoscere, nei tempi medi, l'ordine, legale e di fatto, della democrazia locale,
dall'altro, quali rimedi e quali correzioni di sistema si possano attivare per rianimare
in termini, di rappresentatività e di responsabilità, le assemblee elettive e gli
istituti della partecipazione popolare nelle comunità locali. Senza disperdere,
naturalmente, alcune acquisizioni positive come quella che si riassume nell'idea della
stabilità di governo e dell'efficienza democratica.
Alla prima domanda, più
radicale - quali correttivi sono praticabili? non si può rispondere senza tenere
presente che, proprio nel corso di questi anni, di molti passi è avanzato nell'opinione
pubblica, ma anche in quella politica, il convincimento che le ragioni della stabilità di
governo non possono essere consegnate soltanto a meccanismi elettorali maggioritari, se
non si legano, in qualche modo, anche alla espressione diretta dei vertici, della
leadership. Ciò è avvenuto per le regioni, prima a statuto ordinario e poi a statuto
speciale. Ciò, in qualche misura, si è venuto prefigurando a livello centrale, quanto
meno in via di immagine politica, nel 1996 con Prodi e nel 2001 con Berlusconi; nonostante
i meccanismi elettorali in atto siano continuamente -talvolta per bocca del medesimo
proponente - posti in discussione, ora sotto il profilo della incompiutezza del
maggioritario, ora sotto quello della rivalutazione del proporzionale, ora del
presidenzialismo nelle sue diverse versioni, alla francese, alla americana e via
discorrendo. Il rischio è che, in tanto proporre e in tanto discutere, si continuino a
trascurare le cause e gli effetti della crisi dei parlamenti e, in generale, delle
assemblee elettive, non tanto in ordine ad aspetti specifici di funzionamento, quanto alla
alta funzione di garanzia che storicamente hanno assolto, se non al prezzo di accertati
scivolamenti autoritari.
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I margini possibili di dialettica
democratica
Ritornando al tema delle
assemblee locali - avendo comunque ben presente la necessità di approfondire la complessa
e decisiva questione del parlamentarismo, in merito alla quale vanno segnalati i recenti
interventi di Nicola Mancino e di Ralf Dahrendorf - si può tentare di dare una prima
risposta alla seconda domanda, riguardante la ricerca di possibili percorsi di ripresa di
vitalità e di ruolo dei consigli locali e, in parallelo, della loro funzione di momenti,
almeno in parte, esponenziali della dialettica democratica delle comunità locali. Non
senza trascurare il significato e le conseguenze di sollecitazioni che si muovono in
direzione opposta, come la forte spinta promossa dai sindaci (anche quelli delle grandi e
medie città) per ottenere il riconoscimento del terzo mandato; soluzione che causerebbe
un ulteriore irrigidimento nella formazione e nella selezione della classe dirigente
locale, senza considerare ipotesi, tuttaltro che astratte, di ulteriori spostamenti
dei poteri assembleari verso gli organi esecutivi, a cominciare dalle potestà normative e
regolamentari.
Va tenuto presente che il
problema qui delineato si colloca, oggi, in una fase in cui si sono notevolmente ampliati
gli orizzonti dell'autonomia costituzionale degli enti locali territoriali, in forza della
rivisitazione del Titolo V, parte II, della Carta. Tra i tratti più penetranti del mutato
quadro costituzionale dell'autonomia locale - ora molto più prossima ai principi
fondamentali dell'articolo 5 della Costituzione - occorre valutare soprattutto la
dilatazione degli spazi normativi, anzitutto statutari, di comuni e province, sì da far
ritenere da alcuni costituzionalisti (G. C. De Martin), con convincenti motivazioni, che
si sia superata, con labrogazione dellart. 128, la vecchia idea di un unico
ordinamento nazionale degli enti locali, delimitato appunto dalla legge statale generale
di principi e, quindi, lo stesso fondamento costituzionale del testo unico, varato appena
nell'agosto del 2000.
Al di là di questa
lettura del nuovo Titolo V, non c'è dubbio che l'ambito di auto-normazione degli statuti
si sia considerevolmente espanso.
E proprio alla
riscrittura degli statuti locali che corre, anzitutto, lattenzione politica di chi
si proponga di individuare compiti impegnativi delle assemblee locali. Peraltro,
riscrivere le regole fondamentali, entro i principi fissati dalla Costituzione, della
democrazia locale e delle sue istituzioni rappresenta il principale compito con cui si
possono misurare le assemblee, i consiglieri, i gruppi e le commissioni, aprendosi al
dialogo ai bisogni e alle attese della comunità e delle sue formazioni sociali.
Su questo terreno esiste
e persiste una difficoltà di ordine culturale: lidea in forza della quale lo
statuto locale "discende" da un obbligo imposto dalla legge, da un dovere di
"adeguamento" prescritto dal Parlamento. Questo obbligo non sussiste più con il
nuovo articolo 114 della Costituzione, in quanto lo statuto locale è divenuta la
principale fonte dell'ordinamento e quindi dellautonomia della comunità. Il salto
culturale è, tuttavia, considerevole e il dibattito finora aperto su questo terreno,
anche in sede nazionale, appare molto debole e incerto; mentre, richiederebbe una ben più
forte percezione della carica di politicità che la attività di analisi, di discussione e
di progettazione sui contenuti sostanziali (non tanto su quelli di carattere tecnico e
giuridico) delle scelte statutarie può mettere in animazione nelle istituzioni locali.
Per estensione, ma anche per consimilarità e analogia, l'esercizio della potestà
regolamentare - nel disciplinare l'organizzazione e lo svolgimento delle funzioni
amministrative locali è un terreno ulteriore di iniziativa politica delle
assemblee locali; alla condizione che essa sia vissuta non tanto secondo le esigenze e gli
approcci tipici degli apparati burocratici e del potere esecutivo, bensì puntando su
possibili mutamenti qualitativi nellinteresse dell'utenza e dei cittadini;
l'applicazione delle nuove metodologie della "analisi di impatto della regolazione
(A.I.R.)" può, ad esempio, offrire opportunità singolari di semplificazione delle
procedure e delle relazioni con gli utenti, nelle modifiche dei regolamenti locali. Se la
rivisitazione delle regole dischiude orizzonti che possono essere percorsi da un rinnovato
ruolo dei consigli, possibilmente in un rapporto di distinzione dei ruoli rispetto agli
esecutivi e ai loro apparati, la materia dell'autonomia funzionale degli stessi consigli -
ed altre questioni che vi sono connesse, come un possibile statuto o codice delle
opposizioni - apre ambiti concreti di proposta e di iniziativa consiliare. Naturalmente
questi ambiti - in parte "nuovi" - di impegno dei consigli non esauriscono le
occasioni di rivitalizzazione delle assemblee; cè tutto l'arco delle strumentazioni
"classiche", dalle interpellanze alle proposte di deliberazione di
programmazione e di indirizzo e dei compiti di sindacato e di controllo, cui abbiamo fatto
precedentemente riferimento, che possono essere praticate e perlustrate in maniera più
pregnante, anche nella prospettiva della rivisitazione delle regole statutarie e
regolamentari.
******
In parallelo, nuove
occasioni di presenza e di ruolo significativo si possono riaprire anche per i partiti
locali. Il presupposto e la condizione indispensabili sono che si vinca la nostalgia dello
smarrito potere "esecutivo", quello che magari si concretava nel partecipare a
decisioni come la promozione del bidello della scuola elementare...
Forse la politica locale
sta anche altrove e può essere che la partita sia ancora aperta.
Ario Rupeni
Consigliere comunale
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Spigolando
nella Rete abbiamo trovato questo articolo d'annata:
Parla il consulente economico
della Regione
"Il Molise non deve più
piangersi addosso"
Intervista ad Ario Rupeni - Il Nuovo Molise
IX/1999
BASTA col piangersi addosso per
l'uscita del Molise dall'Obiettivo 1, facciamo di un'angoscia una
risorsa; sollecitazione, questa, espressa da gran parte della classe
politica regionale, vivace, in questo periodo - non solo per dovere
elettorale - quanto incoraggiata da dati che registrano una crescita
complessiva della regione. Crescita che non investe solo l'aspetto
economico. Il Molise, pur avendo molte caratteristiche del
Mezzogiorno, va acquisendo elementi culturali, sociali, civili che la
rendono sempre più simile ad altre regioni dell'Italia centrale.
Constatazioni, queste, espresse più volte dal sindaco Massa,
avvalorate dal giudizio del dott. Ario Rupeni, tecnico
collaboratore esterno della Regione Molise già dall'inizio degli anni
'90; forse l'unico sul quale sono stati d'accordo sia Michele Iorio
quando guidava la Giunta che Veneziale, riconoscendone la grande
esperienza di studioso di problemi regionali dal lato legislativo,
istituzionale, economico dei quali si occupa del 1959. Rupeni vede il
Molise a cavallo tra la realtà dell'Italia Centrale e le regioni
Meridionali, dove - spiega - tra l'altro si va avvicendando qualche
isola di qualità, crescita, dinamismo economico, probabilmente sullo
sfondo, anche di un assetto demografico più vitale di quanto si
registri nelle aree tradizionalmente beneficiarie dello sviluppo
economico del Nord e del Nord Est. "La risorsa demografica -
aggiunge - nei tempi lunghi sarà un elemento di investimento di non
secondaria importanza". E' necessario, però, organizzare meglio
il "sistema Molise", cioè occorre mettere in pratica la
capacità di fare di questa regione una struttura che abbia le
caratteristiche del sistema con una distribuzione ragionevole e
ragionata delle risorse soprattutto umane. "Il problema - spiega
Rupeni - non é quello di disegnare a tavolino una riorganizzazione
della regione quanto far confluire il vero patrimonio sociale, umano,
culturale e ambientale in una logica di sistema. Per riuscirvi occorre
dare dinamismo, protagonismo alle comunità locali e ai Comuni".
Nel progetto di cambiamento anche culturale che deve coinvolgere
l'intero territorio i Comuni devono farsi soggetto di un sistema,
associarsi, mettersi in sinergia per guardare oltre i confini
microcampanilistici e lavorare insieme. Partendo da questa esigenza
occorre disegnare momenti di organizzata cooperazione su diverse scale
territoriali. Tenuto contro che per ogni grande servizio ci sono scale
diverse occorre trovare un filo comune tra tutti i momenti di
associazione intercomunale in grado di dare una logica di
sistema.
Vittoria Todisco
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