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I CATTOLICI E LA POLITICA NELLA SOCIETÀ MODERNA
di Lapo Pistelli

 

Premessa
Laicità dei cristiani in politica
La lunga stagione della Dc

Cattolici bipolari
Un paesaggio sociale mutato
La Chiesa e la politica
Servire la politica
Saper parlare alla coscienza moderna

 

Premessa

 

La riflessione sul rapporto fra l’ispirazione religiosa e l’impegno politico è un tema che attraversa costantemente l’arco di ogni esperienza politica personale. Preso a riferimento il mio arco personale, un periodo di circa 20 anni, si scopre che alcune risposte sono rimaste identiche per tutto questo tempo, altre – quelle riferite ai contenitori politici e al paesaggio sociale contemporaneo – sono invece fortemente cambiate a seguito del passaggio al sistema maggioritario bipolare e ai processi di secolarizzazione.

 

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Laicità dei cristiani in poli tica

 

Alle nostre spalle, vedo una elaborazione matura e compiuta della nozione di laicità dell’impegno dei cristiani in politica, ovvero il riconoscimento sobrio e convinto della reciproca originalità della Chiesa e delle istituzioni religiose e dello Stato e delle sue istituzioni civili e politiche. Questa nozione può essere definita con le parole icastiche di Zaccagnini "siamo in politica non in nome della fede, ma a causa della fede", con il giacimento di citazioni di La Pira, Lazzati, Rossetti, o con le parole definitive sull’argomento pronunciate da Luigi Sturzo nel primo Congresso del Partito Popolare a Bologna nel 1919.

 

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La lunga stagione della Dc

 

In questa dimensione di laicità dell’impegno e delle responsabilità politiche, i cattolici italiani hanno però vissuto per quasi un cinquantennio una dimensione di sostanziale unità politica e pure partitica: la lunga stagione della Dc. Quel tempo reca con sé le cifre genetiche della originalità cattolico-democratica nel testo della Costituzione (il riconoscimento dei pre-esistenti diritti della persona, delle comunità locali, dei corpi intermedi, il riferimento alla pace e alla integrazione sopranazionale, il modello dell’economia sociale di mercato), ma anche nel vivo delle politiche concrete e ordinarie condotte per quasi mezzo secolo di storia italiana.

Le esperienze democratico-cristiane, in Italia e in Europa, hanno rappresentato per decenni la rottura dell’alternanza tradizionale destra-sinistra, pur avendo svolto egregiamente la funzione di argine anti-comunista, dal momento che le responsabilità di governo sono state esercitate non in nome della destra convenzionale e nemmeno degli interessi cattolici, ma in nome della libertà e della promozione sociale dei più deboli. In questo senso, la mutazione genetica del Ppe appare una evidente fuoriuscita da quel solco in direzione di un mero raggruppamento conservatore anti-socialista.

Pur in presenza di un bipartitismo proporzionale secco (Dc e Pci sommano circa il 70% degli italiani) i leaders dc rifuggono dalla logica noi/loro e governano dal centro in una strategia di democratizzazione progressiva del paese. In più, essi rifiutano la logica della nicchia di identità, esponendosi pesantemente nella gestione dei processi storici concreti. Ne è una dimostrazione estrema il dibattito sulla promulgazione della legge sul divorzio e sull’aborto.

 

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Cattolici bipolari

 

Gli ultimi 10 anni di transizione turbinosa non sono stati generati dal caso: dalla fine del comunismo, all’esaurimento del keynesismo, a Tangentopoli, il nuovo sistema politico bipolare non ha visto i cattolici meri spettatori. Anche se alcuni di essi sono stati travolti dal cambiamento, i cattolici – a partire dall’esperienza dei referendum, sono stati protagonisti della costruzione dei due poli e sono, in diversa guisa, protagonisti anche oggi della costruzione dell’agenda e del vocabolario di molte battaglie politiche.

La divisione dei cattolici nei due schieramenti era stata già prevista da De Gasperi negli anni ’50 come prima inevitabile conseguenza all’indomani della crisi del comunismo (al tempo assai lontana), ma anche da Sturzo al ritorno dal lungo esilio americano e dal contatto con il sistema maggioritario bipolare.

Sotto questo profilo, una notazione personale di continuità nella discontinuità dei contenitori: al tempo della Dc, ci si poteva sentire più protetti pensando alla solidità dei contenitori, ma si era ugualmente esposti (e con maggiori responsabilità) sul piano della ricerca personale dei contenuti, della ridefinizione costante della nozione di bene comune. Zaccagnini, negli anni 70, ammonisce così il suo partito "Io penso che si debba dire chiaramente che il tempo delle rendite è finito, che ora siamo in campo aperto, dinanzi ad una società nuova più articolata ed esigente, di fronte alla quale i consensi o ce li guadagniamo per la nostra capacità politica, o non ce li meritiamo".

 

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Un paesaggio sociale mutato

 

E’ invece profondamente mutato, prima in modo graduale poi con una vertiginosa accelerazione, il paesaggio sociale che ci circonda. L’Italia vive un processo di secolarizzazione che ha prodotto effetti sugli stili di vita individuali e collettivi, sui consumi, sul senso religioso.

In una parola, come dice Karl Barth e ricorda recentemente il card. Martini "quando il cielo si svuota di Dio, la terra si riempie di idoli".

Nella nostra società convivono il revival religioso e la desacralizzazione del sacro, la potenza carismatica del Papa e la diffusione di un Dio personale senza chiesa e senza teologia, senza impegni e senza educazione domestica che conduce ad un bricolage etico insoddisfacente.

La Chiesa medesima vive la contraddizione fra il riconoscimento dell’enorme ruolo sociale ricoperto dalle sue strutture, della statura planetaria del papa, della indispensabilità delle sue opere e la consapevolezza che i cattolici sono divenuti minoranza. E in quella minoranza, ulteriore minoranza i cattolici impegnati in politica.

In una società in cui è più difficile declinare il personalismo se i messaggi esaltano solo l’individuo, difendere le istituzioni se anche il volontariato è vissuto in antagonismo con esse, riscoprire la cittadinanza se tutti siamo solo clienti o utenti, i cattolici hanno finito per non fare necessariamente riferimento agli stessi valori, per collocarli non di rado fra loro in una diversa gerarchia, per tradurli spesso in comportamenti individuali e regole collettive diverse. E le regole collettive sono esattamente il campo in cui agisce e si misura la politica.

 

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La Chiesa e la politica

 

I cattolici liberali si mossero secondo lo slogan "cattolici con il papa, liberali con lo statuto" intendendo con ciò separare la fedeltà sulle questioni di fede dalla laicità nella dimensione propria della politica. Già Mounier parlava di un "cristianesimo borghese che fa da stampella ad un disordine stabilito". Personalmente avverto un forte rischio di neo-gentilonismo che ha rovesciato quello slogan liberale nel suo contrario "liberali con il papa e cattolici con lo statuto": da un lato, promotori di modelli pedagogici ed economici vicini al libertinaggio, dall’altro sostenitori di soluzioni giuridiche perbeniste; una connivenza fra permissivismo e clericalismo che Nino Andreatta chiamava "clericalismo ateo".

Sul fronte della Chiesa, avverto invece il rischio – da laico fedele – che essa, terminata giustamente la tentazione di infilarsi direttamente dentro alle questioni politiche e recuperato negli ultimi anni un rapporto più ampio e corretto con i cattolici impegnati in entrambi i poli, si accontenti di "negoziare" sulla base di alcuni concreti interessi, dall’esterno, acquattandosi dentro ai contenitori di oggi e annacquando un’opera di educazione alla legalità e all’impegno che sarebbe invece assai utile.

E’ forte la tentazione di considerare i cattolici gli assistenti sociali della politica, esperti in povertà ed etica sessuale, ed è altrettanto forte la tentazione di assecondare quel ruolo chiudendosi in una nicchia e rinunciando alla fatica di pensare il mondo e di immergersi nei processi contemporanei. Lo è anche nelle nostre coalizioni, dove sarebbe facile affidare ad altri la guida dei processi accontentandosi della difesa finale del voto di coscienza e rinunciando a fecondare invece altre culture sulla base della bontà positiva e laica delle nostre proposte.

 

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Servire la politica

 

Resta intatto il principio che l’impegno politico si colloca fra i due concetti di "valore" e di "limite", della assoluta necessità di agire per gli altri (fino al versetto dell’Ecclesiaste "Chi salva una vita, salva il mondo intero"), della altrettanto assoluta consapevolezza che le pretese novecentesche di portare il paradiso in terra hanno aperto più facilmente le porte dell’inferno e dunque della limitatezza della dimensione politica ("ridurre il male del mondo, non estirpare il male dal cuore dell’uomo"). Resta altrettanto intatto quel "principio di non appagamento" che ci deve spingere a cercare sempre soluzioni nuove e migliori per la comunità.

I cattolici potrebbero infondere la propria originalità se sapessero fare tesoro delle raccomandazioni contenute nella Lettera a Diogneto ("servire la politica con distacco interiore", "ciò che l’anima è nel corpo, i cristiani lo sono per il mondo"), se riuscissero a vivere nel mondo di oggi sapendo prenderne le distanze per osservarlo meglio. Ha detto Cacciari in una splendida intervista sul monachesimo "i monaci che ricusarono il mondo hanno fatto l’Europa. Noi che abbiamo accettato e che ci siamo fatti mondo, servi della tecnica e dell’economia, saremo mai capaci di creare una nuova comunità mondana ?".

 

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Saper parlare alla coscienza moderna

 

La sfida dunque – ed è la conclusione di un ragionamento volutamente fermo al metodo generale dell’impegno – è quella di parlare alla coscienza moderna sapendo proporre un discorso sulla natura, sull’economia, sulle relazioni internazionali, sulle istituzioni, in cui si sia capaci di calare i principi dell’ispirazione in strumenti e proposte contemporanee. L’agenda è ovviamente immensa: politica internazionale (ricostruire il multilateralismo e relazioni fondate sull’equità e la giustizia), integrazione europea (dare anima alla potenza civile continentale), istituzioni (uscire dai modelli autocratici recuperando senso e valore alla partecipazione), mercato (costruire regole inclusive e attente al futuro sostenibile per noi e le prossime generazioni contro l’ingordigia dell’eterno presente), rapporti sociali (il mercato non si estende alla società per cui si vale per ciò che si è e non per ciò che si ha).

 

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